Alla sostanza immaginativa e alla pratica del bricolage si ispira da tempo il lavoro di Angelo Maisto: voglio subito chiarire che il termine non minimizza in nessun modo la capacità che il giovane artista ha di affermare nella realtà, la costante centralità dell’immaginazione come forma di esistenza, di identità e che non tiene a confondere la proposta ideativa dalla pratica, dalla manualità anche se quest’ultima richiede una controllata perizia tecnica. Quella di Angelo è un’esperienza che mette in campo una molteplicità di materie, di materiali diversi tra loro che concorrono a smuovere il mondo magico che lentamente e da anni si sta depositando nella sua memoria, nella coscienza. Un processo che accoglie sia la suggestione analogica dettata dalle forme (sostanzialmente quasi tutte riconducibili ad una sorta da ovulo allungato), sia il fascino che la superficie levigata o ruvida riesce ad attivare nella nostra fantasia, ma anche l’accesa gamma cromatica vivacemente costruita dal contrappunto di colori complementari. È un registro di relazioni che consente all’artista di costruire un spazio fisico ove poter mettere in scena pagine di una narrazione surreale, una sceneggiatura che prende dal reale, così come faceva Bosch, le situazioni e i tempi dell’umano, offrendo allo sguardo, all’occhio interiore dello spettatore, ciò che la sua fantasia vede mentre la mente si incammina nei sentieri del fantastico.
Diversamente dagli antenati delle avanguardie storiche che solo in parte hanno tratto dallo sconfinato emisfero dell’immaginazione e del “corpo plastico” del mondo industriale che stava, come l’iceberg del Titanic, lentamente affiorando nella sua immensità, Maisto affonda la sua capacità nel profondo di tale mondo. Si preoccupa, infatti, sia di dare un corpo terreno all’immagine, sia di dotare quest’ultima di schemi capaci – come quelli per il montaggio che troviamo nelle confezioni – di gestire il montaggio. Essenzialmente punta sulla valenza analogica delle forme delle quali si serve per rimettere in scena il surreale racconto di luoghi comuni affidati a forme comuni che sono sottratte alla loro originaria funzione, diciamo al racconto per le quali erano state ideate. Alla composizione plastica Maisto affianca schemi che per la raffinatezza della pittura, cifrata da una rigorosa educazione al disegno e all’uso dell’acquerello, lasciano pensare alle tavole dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Tavole che cambiano secondo l’oggetto al quale si rivolgono ma che insistono tutte sulle capacità di un colore trasparente che interpreta ora gli spessori, calibrandone l’ombreggiatura, ora le abrasive ed opache superfici della plastica ad uso industriale che Angelo tratta con una certa versatilità e finanche la metallica inconsistenza della stagnola da forno oppure l’azzurro del neon, giungendo alla passamaneria figurata in Ranamobile un acquerello di qualche anno fa. 

Massimo Bignardi

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